Il panico

Che cos’è il panico secondo Spregelburd e, poi, secondo Ronconi? Questa la domanda che si è posta Amanda accomodandosi nella platea del teatro Strehler. Uno dei sette “capitoli” dell’Eptalogia del drammaturgo argentino ispirata all’omonimo quadro di Hieronymus Bosch, Il Panico rimanda al peccato dell’accidia, ossia quella insidiosa forma di pigrizia che ci impedisce di agire e ci assopisce in una pur compiaciuta passività. Il sentimento di panico, dunque, è la sferza che irrompe violenta a dissipare quello stato morboso costringendo ad abbandonare lo stato di spettatori della propria vita. Uno spunto che Spregelburd elabora costruendo una complessa trama che intreccia personaggi e storie differenti così come generi diversi, dall’horror alla farsa, con fantasmi che si aggirano per appartamenti da affittare e direttori di banca a dir poco estrosi. Ma la genialità del drammaturgo sta proprio nello smontare gli schemi dei vari generi nel momento stesso in cui se ne serve, affiancando così al discorso prettamente drammaturgico una riflessione metateatrale ugualmente significativa e funzionale allo svolgersi del testo. untitled_2 untitled_3Nulla è come sembra, a partire dal dramma stesso, con quel finale che capovolge e quasi mette in discussione tutto quello che è stato messo in scena fino a quel momento. Una realtà sghemba – come lo è lo spazio scenico, ovvero i movimenti delle ballerine, protagoniste di una delle vicende della trama – in cui è complicato trovare una linea retta che indichi la via piana da seguire. Sempre che questa esista davvero o, meglio, sia auspicabilmente da percorrere: non è un caso, infatti, che la chiave attorno alla quale ruota la vicenda principale venga inconsapevolmente trovata e quasi subito smarrita. La stratificazione di pensieri, riflessioni, significati, allusioni a momenti precisi della storia argentina carica lo spettacolo di senso eppure Luca Ronconi sa dipanare i molteplici fili narrativi e significativi con lucida chiarezza, dosando con equilibrio farsa e grottesco, horror e surreale, illuminando così contesti umani inficiati sovente dall’incapacità di comunicare davvero. E non smorzando lo spiazzamento provocato dall’inatteso e “misterico” finale, con la rievocazione di una vicenda narrata nel Libro dei Morti egizio, un enorme volume che, lungo tutto lo spettacolo, occupa discretamente il proscenio.

 

Il panico, visto al Teatro Strehler di Milano il 7 febbraio 2013

 

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