Sulle molte virtù della danza

Capita ormai raramente che il pubblico, spontaneamente, si alzi in piedi ad applaudire, cercando invano di nascondere le lacrime. È successo l’altra sera al termine di Parkin’son, lo struggente spettacolo di teatro-danza che il coreografo e danzatore marchigiano Giulio D’Anna ha creato e realizzato in scena insieme al padre. Ad Amanda avevano molto parlato di questo lavoro e le aspettative – alte- sono state tutt’altro che disattese. L’artista, poco più che trentenne, ha scelto di portare sul palcoscenico il padre Stefano, malato di Parkinson, e letteralmente danzare insieme a lui. parkinromaIl movimento diviene un modo per dialogare e confrontarsi, per affrontare incomprensioni e questioni irrisolte e rafforzare e riplasmare un rapporto. Gli esercizi cui i malati di Parkinson sono obbligati per non perdere la sensibilità e il controllo del proprio corpo divengono coreografia e drammaturgia, disegnando allo stesso tempo la storia personale di due uomini e quella di un rapporto spesso conflittuale come quello fra padre e figlio. Il tutto senza retorica né facili slittamenti verso il patetico e il melodramma, anzi Giulio D’Anna incita il padre a evitare toni troppo “tragici” e molte parti dello spettacolo strappano sincere risate. La danza e la leggerezza che essa consente sono mezzi per riflettere sulla vita e sulle relazioni, per ripensarle e modificarle. E dunque sono lacrime che vengono dall’anima quelle che Giulio e Stefano D’Anna suscitano nel pubblico: una commozione che non svanisce appena usciti dal teatro ma scava a fondo dentro di noi.

 

Parkin’son, visto alle Fonderie Limone di Moncalieri (Torino) il 30 maggio 2013 [festival Interplay]

 

 

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