Cosa c’è di nuovo nel circo contemporaneo? Qualche indizio raccolto a Edimburgo

La settimana passata Amanda è stata a Edimburgo, immersa in una residenza destinata a giornalisti culturali organizzata dalla londinese Crying Out Loud nell’ambito del progetto europeo Unpack the Arts, nato due anni fa con il duplice scopo di valorizzare la riflessione critica sul circo e di offrire opportunità di mobilità ai critici. L’Europa, insomma, pare assai più interessata alla valorizzazione delle arti e alla formazione continua dei suoi operatori di quanto lo siano i suoi singoli stati membri… Ma bando alle polemiche, Amanda vuole raccontare qualcuno degli spettacoli a cui ha assistito e che rappresentano altrettanti tasselli di una realtà – quella del circo – tanto variegata e vitale quanto volano di interessanti riflessioni teoriche sullo stato della scena internazionale. Una realtà in cui convivono atletiche esibizioni di stupefacenti abilità fisiche e poetiche evocazioni di mondi fiabeschi e surreali; spensierata ed energica vitalità e malinconica nostalgia. Da una parte c’è quello che Amanda definisce “well-made circus”, ovvero spettacoli tecnicamente perfetti, agiti da performer inappuntabili, scafati artigiani che possiedono e applicano con disinvolta professionalità le maestrie proprie alle diverse discipline circensi. Esempi sono gli spettacoli di due compagnie australiane legate da un rapporto di filiazione, poiché i fondatori della seconda si sono formati professionalmente nella prima: Circa, che ha proposto il suo celebrato Wunderkammer, e Casus, con Knee Deep. Centrale in entrambi gli allestimenti è il corpo del performer, di cui sono poste in evidenza la forza, la giovinezza e l’energia, offerte con gratuita generosità al pubblico. Costumi e scenografia sono secondari in questi spettacoli in cui conta l’abilità stupefacente degli artisti, impegnati in numeri di acrobatica bravura spesso legati fra loro soltanto da un debolissimo filo drammaturgico. Celebrazione della competenza tecnica e della forza fisica, senza alcun substrato intellettualistico ovvero narrativo: il circo riconosce soltanto in se stesso la propria ragione artistica e dichiara con orgoglio la propria autosufficienza. Ma ci sono anche tentativi di cucire i differenti numeri con un filo drammaturgico evidente: è il caso di Fright or Flight delle giovani australiane 3 is a Crowd, così come di Noodles e di Bianco, entrambi prodotti dalla compagnia canadese NoFit State Circus, e di Flown, creato dagli inglesi Pirates of the Carabina. Nel primo le tre performer si modellano ciascuna un personaggio o, meglio, un carattere ben definito e riconoscibile – la svampita, l’indifferente un po’ snob, l’esuberante piuttosto autoritaria – e le dinamiche, inevitabilmente tutt’altro che pacifiche, originate dall’incontro di tre personalità tanto diverse diventano il collante dei vari sipari. C’è certo qualche ingenuità, ma la fresca genuinità e la bizzarra inventiva del trio garantisce efficacia allo spettacolo. Una qualità che, invece, manca a Noodles, un confuso accumulo di acrobazie e clownerie, dove il tentativo di «portare il circo nei teatri», affiancando nonsense, battute e gag comiche alle tradizionali esibizioni di bravura tecnica si risolve nella forzata applicazione di un posticcio drammaturgico che, fra l’altro, pone in difficoltà i performer stessi. La compagnia NoFit States, d’altronde, sembra molto più a suo agio nella tradizionale tenda da circo dove, paradossalmente, riesce davvero a essere innovativa e coinvolgente: Bianco è uno spettacolo frastornante e grandioso, rumoroso e macchinoso ma incredibilmente energico ed emozionante. All’interno della tenda Il pubblico è in piedi, costretto costantemente a spostarsi per assecondare i movimenti delle varie macchine sceniche che dislocano l’azione scenica ognora in punti diversi. Un’esperienza unica e travolgente, così come divertente e ammirevole è Flown: un’eterogenea e bizzarra compagine di artisti che suonano, cantano, recitano e, ovviamente, compiono acrobazie mozzafiato ma senza prendersi troppo sul serio. E, anzi, è proprio questa spensierata autoironia il maggior pregio di uno spettacolo dal ritmo serrato e irresistibile, costruito su invenzioni inaspettate e sorprendenti, ora spassosissime, ora visionariamente poetiche. P28-LA~2E attraversati da intima e profonda poesia sono i due spettacoli che Amanda ascrive a un’altra categoria, intermedia fra il circo e il teatro visuale e assai più sfumata e composita: il “circo d’arte”.  Si tratta di L’après-midi d’un Foehn, ideato da Phia Menard e interpretato da Jean Louis Ouvrard e da svariate buste di plastica colorate; e di La poème, di e con la carismatica Jeanne Mordoj. Nel primo un performer-stregone fa quasi magicamente danzare sulle note dell’omonima composizione di Claude Debussy varie borse di plastiche trasformate in fragili marionette. Nel secondo, la performer francese tesse un elogio non scontato né retorico della femminilità, esaltandone la forza e la bellezza e non nascondendone gli aspetti meno “patinati”. Una creazione “organica”, un’orgogliosa ma pacata presa di coscienza della fragilità e, allo stesso tempo, della incontestabile forza del corpo femminile.

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L’après-midi d’un Foehn, Compagnie Non Nova di Phia Menard; Knee Deep, compagnia Casus; Fright or Flight, compagnia 3 is a Crowd and Cara Hume; Wunderkammer, compagnia Circa; La poème, compagnia Bal -Jeanne Mordoj; Noodles e Bianco, compagnia NoFit State Circus; Flown, compagnia Pirates of the Carabine; visti al Fringe Festival di Edimburgo fra il 13 e il 16 agosto 2013.

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