Lo stato della drammaturgia in Italia. Le donne di Hitler

La scorsa fine settimana Amanda ha raggiunto la Toscana per partecipare alla quarta edizione di Contemporanei Scenari, la rassegna ideata e organizzata dalla casa editrice Titivillus/Teatrino dei Fondi con l’obiettivo di esplorare il variegato territorio della drammaturgia contemporanea. Agli incontri con gli autori e a un convegno – Geografia della drammaturgia italiana/atto II – è delegata la riflessione teorica, confermata ovvero – e assai di frequente – smentita, dagli spettacoli e dalle mises en espace proposte. Durante il convegno si è parlato dell’«oralità interiore» che alberga nella mente del drammaturgo, cui è riservato un unico atto performativo, che consiste appunto nello scrivere – e non nel semplice trascrivere – quanto parla nella propria testa (Massimo Sgorbani); del ruolo fondamentale del «corpo teatrale», da cui dovrebbe partire la drammaturgia e che è da intendere come somma vitale di fisicità e anima (Spiro Scimone); della necessità di un teatro che abbia un “senso” e che dunque sappia parlare alla contemporaneità (Roberto Cavosi); della capacità essenziale richiesta all’autore teatrale di germinare senso con il ritmo più che per mezzo del ragionamento, così che la parola sappia «camminare autonomamente sul palco». (Chiara Guidi). In sintesi, «il teatro è finzione ma richiede il massimo dell’autenticità» (Scimone). Una felice testimonianza di questa affermazione è stato lo spettacolo Eva, secondo capitolo di una trilogia, intitolata Innamorate dello spavento, che il drammaturgo Massimo Sgorbani, sostenuto da Teatro i, dedica a tre donne che, pur in diversa maniera, furono legate indissolubilmente al Führer. Un progetto che, probabilmente, non avrebbe potuto concretizzarsi senza l’apporto di un’attrice versatile e generosa, sensibile e intelligente come Federica Fracassi. Dopo essere stata Blondie, il pastore tedesco femmina che fu compagna fedelissima di Hitler – ebbene sì, un cane – l’interprete torna a essere donna per incarnare Eva Braun, amante e infine moglie del dittatore. Rubando dalla biografia della Braun il dettaglio della sua insospettabile passione per Via col vento, Sgorbani intreccia le vicende di Eva con quelle di Rossella, accomunate da un amore disperato e da una invincibile solitudine. Più che nelle implicazioni storiche, infatti, la forza del testo è proprio nella precisa e impietosa pittura della potenziale fragilità dell’animo femminile, capace di frantumarsi per avere l’affetto e l’attenzione di un uomo. Una realtà che pare colpire quasi ogni donna, indipendentemente dal suo status sociale ovvero istruzione: quel bisogno di una carezza espresso da Eva è una necessità umana e insopprimibile. Federica Fracassi interpreta al meglio il disperato amore della Braun, la sua urgenza di rispecchiarsi in un essere forte e protettivo, cui tutto è perdonato e concesso. Eva è raramente se stessa, si mette in scena per acquisire forza e per compiacere l’amante, fino a condividerne la scelta del suicidio. Un esempio di dipendenza affettiva che inquieta, per la sua spiazzante ma stringente naturalità.

Eva

 Eva, visto all’Auditorium San Martino di San Miniato (Pisa) il 20 settembre 2013, rassegna Contemporanei Scenari

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