L’untuosità della provincia: sull’Ispettore generale di Michieletto

Un bar polveroso e sporco, le pareti ricoperte da un’improbabile tappezzeria di cui non rimangono che lacerti, uno scatolone che fu un gioco elettronico e un piccolo televisore sintonizzato su un canale generalista sovietico. E, quasi mimetizzata in questa desolata scenografia, una ragazza, dimessa, con le ciabatte marroni e grossi occhiali tondi. Il pubblico si accomoda in sala e quasi non s’accorge che la scena è già “viva”, lo spettacolo è iniziato e non tutti ancora sono entrati. Peccato per i ritardatari, poiché questo muto quadro vivente già introduce all’umore dello spettacolo, che Damiano Michieletto ha tratto dalla più celebre commedia di Gogol, L’ispettore generale, trasportandola dalla prima metà dell’Ottocento all’oggi, in una provincia sovietica che, malgrado la vodka e l’autentico rock russo, assomiglia a quella di tanti altri paesi: la grettezza, l’abuso di potere, la convinzione di essere in grado di risolvere qualsivoglia “inghippo” con il denaro, gli occhiali a specchio e i tacchi vertiginosi, le decorazioni colorate e le tovaglie di plastica traforata. È una realtà cupa e priva di morale quella descritta da Gogol, in cui l’unto e il decrepito non sono che il segno esteriore di un’anima analogamente sporca e logora. Un mondo dove persino l’arrogante nobile Ivan Aleksandrovic, tipico “debosciato” scambiato per il temuto Ispettore, risulta più simpatico e corretto, nella sua trasparente mascalzoneria. Non c’è trasparenza, invece, negli atti e nelle intenzioni degli abitanti di quel luogo remoto, ma ipocrita e amorale untuosità. Una realtà vischiosa da cui, forse, riuscirà ad affrancarsi la giovane figlia del sindaco che, nel finale, avvolge nella pellicola i familiari e i loro compari, una società di plastica devota a quelle banconote che la ragazza ficca nella bocca di ognuno. Di nuovo un quadro vivente a concludere con lampante immediatezza l’immersione in una comunità che pare avere abdicato alla propria umanità, sacrificata al lusso e al presunto potere. Un viaggio che Michieletto conduce con mano salda, all’insegna del kitsch e della caricatura, del gusto per la coralità composita e colorata ma anche, all’opposto, per la costruzione dettagliatissima di ogni personaggio – operazione, quest’ultima, facilitata dalla sicura flessibilità di tutti gli interpreti.

19_20140110 _IspettoreGenerale100114_SerenaPea_1350_L’ispettore generale, di Nikolaj Gogol, adattamento e regia di Damiano Michieletto, visto alle Fonderie Limone di Moncalieri (Torino), il 5 marzo 2014.

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2 pensieri su “L’untuosità della provincia: sull’Ispettore generale di Michieletto

  1. mariella.fabbris@alice.it

    ciao Laura,,,ci sarai stasera alla replica Regina -memoria d’acqua- cartellone Nuovo Civico Garybaldi. ti aspetto, Mariella

    Rispondi
  2. Pingback: Rassegna stampa 3 - 9 marzo - Rassegna Stampa

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