L’Alcesti spiazzato e spiazzante di Massimiliano Civica

Un drappello di venti persone che si ritrovano all’entrata di un ex carcere conficcato nel centro di Firenze, un gruppo quasi carbonaro, consapevole – o quantomeno Amanda se lo augura – di non partecipare semplicemente a uno spettacolo, bensì di condividere un’idea di teatro. Il regista Massimiliano Civica, in palese controtendenza rispetto alle prassi di produzione e distribuzione diffuse in Italia, ha scelto di mettere in scena il suo spettacolo in un unico spazio – il semiottagono dell’ex carcere delle Murate – per un solo mese e riservandone la visione ad appena venti spettatori per volta. Non un capriccio ma un’orgogliosa affermazione della specificità del fatto teatrale, qualcosa che vive nel qui e ora della rappresentazione, qualcosa di fragilissimo eppure antichissimo, qualcosa che “si sceglie” e a cui si riserva un’attenzione concentrata e privilegiata; qualcosa che a che fare con la vita e con la morte. Non è dunque casuale la scelta di una tragedia – ossia del teatro per antonomasia – e, in particolare, di un’opera che ha come tema centrale la dicotomia vita/morte. Aiace opta per la morte per salvare la vita del marito Admeto: si vive e si muore soltanto per qualcuno. Civica, nondimeno, è ben consapevole dell’anacronismo della tragedia e, dunque, ne offre un allestimento “spiazzato”, distribuendo tutti i ruoli a due sole attrici – le superbe Daria Deflorian e Monica Piseddu – che, coadiuvate dalla cantante-attrice Monica Demuru, porgono i fatti salienti della trama per mezzo di concisi scambi di battute, gesti misurati ma immediatamente e densamente significativi. Le maschere e i pochi accessori che le attrici estraggono da due comodini di legno posti al lato dello spazio scenico – una semplice pedana rettangolare ornata da due grossi candelabri dorati, ovviamente privi di ceri – segnalano l’alternarsi dei personaggi. Il palco e le traiettorie perfettamente perpendicolari seguite dalle attrici per raggiungerlo rimandano alla ritualità del teatro nō, così come lineare e in apparenza asettico è l’eloquio impresso da Civica ma, a “spiazzarlo”, vi sono gli inserti dialettali – il veneto di Deflorian e il sardo di Piseddu – l’incongruo “uccellin della comare…” cantato da Ercole, la canzone “leggera” del finale. All’economia di enfasi e gestualità – che riesce, però, a riempire di senso movimenti semplici e rallentati, la maschera che, voltata di lato, Aiace/Piseddu consegna lentamente al marito Admeto/Deflorian per significarne l’avvenuta morte – si accompagna costante un’ironia amara e lucida che mette in discussione lo stesso “lieto fine” della tragedia, instillando nello spettatore il dubbio riguardo la reale “resurrezione” della protagonista. Un finale per nulla catartico né consolatorio, coerente con un progetto registico che rifiuta allo stesso tempo facili attualizzazioni ovvero ricostruzioni filologiche a favore di un ripensamento di temi e pensieri contenuti nella tragedia alla luce della contemporaneità. Ancora un teatro del qui e ora, che il pubblico decide consapevolmente di scegliere.Alcesti Daria Deflorian Monica Piseddu 2 ph D. Burberi_DUB2097

Alcesti, traduzione, adattamento e regia di Massimiliano Civica, visto all’ex carcere delle Murate a Firenze il 10 ottobre 2014.

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