Il Fassbinder di Latella: su Veronika Voss

«Ho paura!», la donna con elegante cappotto rosso e scarpe con i tacchi si rivolge con ferma disperazione al pubblico. In proscenio, dietro di lei una fila di sedie da cinema di legno. Una citazione visiva della pellicola diretta da R.W. Fassbinder nel 1982 di cui lo spettacolo di Bellini e Latella vuole essere non soltanto una trasposizione scenica quanto piuttosto una riflessione meta teatrale e altresì un omaggio critico all’intera opera dell’artista tedesco. La trama del film è sostanzialmente rispettata ma acquisisce particolare importanza da una parte il costante riferimento al suo autore, tanto che Fassbinder viene costantemente citato ovvero alluso; e, dall’altra, il tentativo di universalizzazione di alcune tematiche contenute già nella pellicola. La nevrosi di Veronika, le sue inadeguatezze, la compromissione con il Terzo Reich, l’incostanza nelle relazioni e, in fondo, il mancato riconoscimento di un proprio solido e accettabile “io”, tutto questo è amplificato dal gruppo degli altri personaggi, tanto da formare una sorta di coro. Irrompono sul palco indossando un candido costume da scimmione del quale si liberano l’uno dopo l’altro e, entrando e uscendo dalla propria parte, ora interagiscono direttamente con Veronika, ora la scuotono e la maltrattano, la blandiscono e la raccontano. Un coro che è proiezione delle mutevoli inquietudini che agitano la protagonista e, allo stesso tempo, polifonia finemente orchestrata dallo stesso Fassbinder che in ciascuno dei suoi personaggi depositò parte della propria stessa anima. Un’identificazione che Latella ulteriormente esplicita nella secondo parte dello spettacolo: all’ombra di uno splendido albero di ciliegie – riferimento alla passione del regista tedesco per Cechov – si ritrovano le protagoniste dei suoi film più noti, fra le quali, ultima arrivata, la stessa Veronika. Un appassionato e arguto omaggio a Fassbinder che, nondimeno, nulla aggiunge a uno spettacolo che già nella parte espressamente dedicata a Veronika Voss accumula pensieri e riflessioni forti: il sottile diaframma che separa finzione e realtà; la difficoltà a separarsi da una determinata maschera; la dipendenza affettiva e la necessità di figure forti e rassicuranti, così che la criminale dottoressa Katz, colpevole della dipendenza dalla morfina della protagonista, è per Veronika quasi un sostituto della figura materna. E, ancora, le logiche del giornalismo e l’insicurezza amorosa; e, poi, gli innumerevoli riferimenti meta teatrali e meta cinematografici: Veronika come Blanche del Tram, Veronika sul viale del tramonto… Una densità tematica cui si aggiunge l’elaborato e raffinato lavoro scenografico compiuto da alTREacce:non semplicemente ombre proiettate su un fondale ma un impianto assai più complesso, in cui l’ombra è il frutto di una raffinata installazione artistica realizzata a vista sul palcoscenico. Linguaggi diversi, dunque, che convivono armoniosamente: corpose stratificazioni di un compatto nucleo di significato, cui contribuisce in maniera determinante la prova dell’intero cast, prima fra tutte Monica Piseddu-Veronika, che non ha avuto paura ad affrontare un ruolo tanto complesso ed emotivamente coinvolgente.

Ti regalo la mia morte, Veronika; di Federico Bellini e Antonio Latella, regia di Antonio Latella, visto al Teatro Storchi di Modena il 10 maggio 2015

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