L’impossibilità di essere vincenti: su Cannibali di Kronoteatro

Ad Amanda è capitato di andare ad assistere a uno spettacolo in un’aula magna scolastica soltanto per accompagnare i propri alunni e certo la sala possedeva ben scarsi equipaggiamenti teatrali. Molta la sorpresa, dunque, quando è entrata nello Spazio Bruno, l’ex aula magna del liceo Giordano Bruno di Albenga, che la compagnia Kronoteatro ha trasformato – a tempi da record, circa due settimane – in una modernissima sala teatrale, uno luogo attrezzato e spazioso, adatto in particolare alla creazione contemporanea. Uno spazio all’interno del quale ospitare spettacoli non tradizionali e offrire dunque alla cittadina ligure un’idea consistente di quanto avviene in Italia sulla scena più innovativa. Un’opportunità che è auspicabile le amministrazioni cittadina e regionale sappiano sfruttare, esercitando così in maniera lungimirante e saggia il potere che la comunità ha loro affidato. E proprio di rapporti di potere parla il nuovo spettacolo di Kronoteatro che ha tenuto a battesimo il neonato spazio, Cannibali. Due uomini, uno giovane e l’altro anziano – forse padre e figlio, forse le differenti età di uno stesso io – si affrontano in un susseguirsi accelerato di situazioni che presuppongono, benché secondo modalità diverse, la sopraffazione di l’uno sull’altro. Il padre che impone la propria autorità sul figlio adolescente, l’insegnante autoritario sullo studente, il datore di lavoro che sfrutta impunemente il precario di turno: la maturità che annienta la gioventù, troncandone le ali dei desideri e delle speranze. I ruoli, tuttavia, presto si ribaltano ed è la giovinezza ha posare il suo piede sulla vecchiaia: il cinquantenne licenziato, il malato terminale verso il quale neppure il giovane infermiere concede quel minimo di pietà che la comune natura umana comporterebbe. Singoli sipari contraddistinti da una accentuata fisicità: il rapporto di potere, sbilanciato nella prima parte a favore del “vecchio” – l’autorevole e poi dolente Maurizio Sguotti – nella seconda a favore del “ragazzo” – il rassegnato e poi spietato Tommaso Bianco -, è esplicitato nella sopraffazione fisica, nell’urto dei corpi. Una quotidiana lotta per la sopravvivenza che necessita ginocchiere e gomitiere da indossare sugli abiti; uno scontro perenne che tenta di trasfigurarsi nelle imprese degli eroi da fantascienza – sullo schermo sul fondo del palcoscenico trascorrono le immagini del manga appositamente disegnato per lo spettacolo da Fabio Ramino Rossin – ovvero di nascondersi dietro il vagheggiamento di un altrove idilliaco – e allora viene proiettato un video promozionale della Sila, descritta quale un paradiso in terra. Come filo conduttore l’Infinito di Leopardi, ridotto a poesia da mandare pedestremente a memoria eppure esplicito rimando a quell’aspirazione a una situazione di invincibile quiete che sottende tutto lo spettacolo. L’ostentata fisicità, infatti, non è che l’altro volto di un desiderio chiaramente espresso nell’ultimo sipario: la supplica del malato affinché venga finalmente “staccata la spina” che lo tiene in vita. Una dichiarazione di sconfitta colma di dignità che suggerisce come, di fronte all’esercizio arbitrario di potere che regge il mondo, non resti all’uomo che la resa, un naufragare placido e consapevole nell’infinito che circonda le nostre esistenze.

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Cannibali, di Fiammetta Carena, regia di Maurizio Sguotti, anche interprete con Tommaso Bianco e Alex Nesti; visto allo Spazio Bruno di Albenga (Savona) il 15 maggio 2015

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