Razionalizzare la follia: su Letter to a Man di Wilson/Baryshnikov

Durante i primi mesi del 1919 Nijinsky, prossimo a sprofondare nella follia, scrisse i suoi Diari, lucida fotografia dell’Europa appena uscita dalla guerra ma, in primo luogo, della biografia personale e artistica di un ballerino divenuto leggenda, così come oramai “mitici” sono quei Ballets Russes di cui fu protagonista, lanciato dal pigmalione Diaghilev. Quegli scritti hanno il merito di restituire concreta umanità a una figura divenuta astrattamente leggendaria nella storia della danza, obiettivo che ha mosso anche Robert Wilson e Mikhail Baryshnikov nel pensare e realizzare il loro secondo spettacolo “di coppia”, Letter to a Man, cui Amanda ha assistito in un Teatro dell’Arte affollato ed entusiasta quanto una curva da stadio – particolare, questo, annotato senza ironia, anzi…images index

Le invenzioni registiche e scenografiche di Wilson, sempre sorprendenti, tanto negli infiniti blu da tenebra, nostalgia, sofferenza quanto nei rossi squillanti, negli inediti verdi acidi ma anche nel fucsia macchiato dal bianco dei fiori candidi che scendono dall’alto. E poi, disorientante controcanto ai sipari evocativi dell’oscurità della guerra e di quella progressiva della mente, il figurino della bambina e quello sovradimensionato della gallinella a suggerire l’incessante caccia alle cocottes condotta dal ballerino durante i suoi primi tempi parigini. All’interno degli scenari astratti e simbolici, quasi alieni ideati da Wilson, si muove con eleganza e grazia incantatrici Baryshnikov, racchiuso in un frac, il viso ricoperto da biacca e gli occhi pesantemente truccati. Accenna qualche buffo passo di danza su un motivetto belle époque, agita rami secchi e bastoni, sta seduto, immobile, a testa in giù, su una sedia sospesa al centro del palcoscenico. La sua stessa presenza scenica, elegante ma coinvolta, rigida ma suscettibile di morbide debolezze, sa veicolare sentimenti e stati d’animo più eloquentemente delle – poche – parole, in inglese e in russo, pronunciate da voci registrate e tratte appunto dai Diari. Parole di cui invenzioni visive e recitazione sono squillante e pregnante correlativo oggettivo, amplificandole e sostanziandole nell’evidente – e riuscito – tentativo di “sistematizzare” l’incombente pazzia di Nijinsky, ovvero mostrarne la razionalissima consistenza. Con il fine, ultimo, di sottrarre al mito il ballerino, restituendogli invece la sua imprescindibile essenza di “uomo”.

Letter to a Man, di Robert Wilson e Mikhail Baryshnikov, visto al Teatro dell’Arte (CRT) di Milano il 15 settembre 2015.

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