Appunti sulla XXI edizione del Festival delle colline – Creazione Contemporanea

“L’identità è un genere?”: questo interrogativo ha costituito il leitmotiv del festival delle colline torinesi, conclusosi lo scorso 21 giugno e che Amanda ha seguito con assiduità. I molti spettacoli visti durante queste tre settimane hanno declinato in innumerevoli modi il concetto di “identità” dichiarando così quanto essa non soltanto non possa consistere in un genere (e quale poi? Maschile e femminile, certo in percentuali assai variabili, fanno parte di ciascuno di noi) ma, in fondo, sia sfaccettata e incostante, come la nostra stessa esistenza. Qual è dunque l’identità dei profughi somali, privati della loro stessa qualità di esseri umani, accatastati nei nudi stanzoni della caserma di Via Asti nella precollina torinese? (Stanze/Qolalka dei fratelli De Serio, con Suad Omar)

Cosa ci rende davvero “padri” e “madri” ma anche “figli”? Una riflessione non tanto – o non solo – sul diritto alla genitorialità nelle coppie omosessuali bensì un accorato ritratto di un’umanità incapace di parlarsi e di amarsi (Geppetto e Geppetto, di e con Tindaro Granata).

Per capire la nostra identità possiamo forse ricorrere alla nostra stessa memoria, magari stimolata dai nastri registrati su un vecchio geloso…(Roberta cade in trappola, di e con Cuocolo/Bosetti).

Ma per comprendere cosa siamo diventati oggi, come singoli ma anche come società italiana, può risultare davvero illuminante la ri/lettura dell’opera di Pier Paolo Pasolini – soprattutto se compiuta senza preconcetti né infecondo spirito celebrativo (Orgia di e con Licia Lanera; PPP di Ricci e Forte). Così per mettere in discussione la nostra convinzione di essere “brava gente”, Frosini e Timpano ci invitano con decisa benevolenza a ripensare al nostro passato imperialista (Acqua di colonia), mentre Anagoor ci dimostra quanto poco sappiamo di noi stessi e, di conseguenza, quanto pericolosamente presuntuoso sia l’obiettivo di chi si arroga acriticamente il diritto di educare i più giovani (Socrate sopravvissuto/Come le foglie).

Ma la maggior parte degli artisti ospiti del festival si è concentrata dell’identità individuale, allo stesso tempo riflesso e specchio di quella sociale e nazionale: quella sessuale che, in verità, è epitome di desideri, pensieri, aspirazioni, vocazioni tutte personali, in MDLSX dei Motus con Silvia Calderoni, e Il lamento, ovvero le lacrime di Monica Bacio di e con Lorenzo Fontana. Così come in Scende giù per Toledo, in cui Arturo Cirillo è una splendida Rosalinda Sprint, umiliato e dolente femminiello che soltanto per brevi, momentanei  tratti, pare rinunciare al proprio bisogno/sogno di autenticità.

E, ancora, le ragazze ospiti di un dormitorio di Teheran, disorientate dall’oscurità dell’adolescenza, superbamente raccontate da Amir Reza Koohestani in Hearing; ovvero i personaggi di Zio Vanja, ingabbiati, dopo dieci anni, nel ricordo di quanto è stato: creature che, ogni giorno, reiterano il rito di abdicazione alla propria stessa identità (Vanja, 10 Years Later dei greci di Blitz Theatre Group). O, ancora, una donna che nella meticolosa e quasi maniacale registrazione di quanto quotidianamente fatto, visto, incontrato trova una ragione di vita e un’immagine accettabile di se stessa (Reality di e con Tagliarini/Deflorian).

Identità oscillanti e in costante trasformazione, composite e frammentarie che il teatro sa raccontare, fissandole per il tempo limitato dello spettacolo, ma che è ben consapevole di dover poi lasciare libere nel flusso imprevedibile dell’esistenza.

 

Festival delle Colline Torinesi, dal 2 al 21 giugno 2016, in vari teatri a Torino, Collegno, Moncalieri

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