Come rendere attuale un ex giovane arrabbiato: su La cucina di Wesker

Una ripresa in tempo reale delle condizioni di vita, dei sogni e delle frustrazioni della generazione figlia della Seconda Guerra Mondiale e delle speranze che la sua “felice” conclusione aveva fiduciosamente germinato. Questo era The Kitchen nel 1957, l’anno in cui venne scritta, e nel 1959, quando venne messa in scena per la prima volta al londinese Royal Court. D’altronde, il suo stesso autore, l’allora venticinquenne Arnold Wesker (scomparso nell’aprile scorso), apparteneva a quella generazione e, dunque, non poteva non condividerne illusioni e, soprattutto, amare disillusioni. È evidente da questa premessa come un allestimento contemporaneo del play richieda una sua adeguata e solida rilettura, finalizzata a ricercarne quei valori universali nascosti sotto l’urgenza generazionale, allorché una ripresa meramente filologica risulterebbe inevitabilmente anacronistica e, dunque, inutile. Una necessità ben chiara al regista Valerio Binasco che, per lo Stabile di Genova, ha saputo sfrondare il play di Wesker da contingenze politiche e rivendicazioni sociali così da estrarne l’essenza, frutto di una sensibile e complice comprensione delle debolezze della natura umana. Il regista – ex allievo della scuola dello Stabile di Genova, così come i ventiquattro attori coinvolti in questa felicemente affollata messa in scena –  porta alla luce l’umanità di ciascun personaggio, scansando il rischio del macchiettismo e preoccupandosi di regalare a ciascuno sentimenti, movenze e moventi unici e peculiari. La cifra un po’ stralunata ed eccentrica che caratterizza la poetica di Binasco – paradigmatico il suo indimenticato allestimento della Tempesta – è il mezzo per disegnare con precisione i contorni di personaggi e situazioni, ricorrendo anche a soluzioni semplici ma suggestive – umili scatole di cartone che realizzano simbolicamente desideri di calore domestico ovvero fughe salvifiche dalla realtà. Binasco, insomma, riesce nuovamente a trasformare in specchio delle fragilità e delle grandezze dell’umanità quella che, apparentemente, si presenta come una di quelle “cucina da incubo” che tanto piacciono in tv. Merito anche dell’affiata compagnia e delle musiche – composte da Arturo Annecchino – che, ora frenetiche, ora rallentate ad accompagnare movimenti convulsi che, piano piano, rallentano fino a fissarsi in posa, sottolineano ed evidenziano i moti irrequieti delle anime dei ventiquattro protagonisti.

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La cucina, di Arnold Wesker, regia di Valerio Binasco, visto al Teatro della Corte di Genova il 6 novembre 2016.

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