Questa non è una favola: su Pinocchio di Latella

Non c’è nulla di scontato né rassicurante nel Pinocchio riletto da Antonio Latella che, con Linda Dalisi e Federico Bellini, (ri)scrive Collodi contaminandolo con Dante e molti altri riferimenti letterari extravaganti e, in fondo, restituendo al testo quell’anima oscura che la censura e l’ottimismo post-unitario accuratamente occultarono. Non c’è allegria, non ci sono personaggi davvero rassicuranti, non c’è morale né tantomeno lieto fine in questo spettacolo in cui costantemente si ondeggia, invece, fra mondo dei vivi e mondo dei morti, senza che vi sia una riconoscibile differenza tra i due; dove la finzione insterilisce la realtà e il passato impedisce anche solo di pensare a un possibile futuro. Sul palcoscenico cade imperterrita una pioggia di trucioli che formano colline in cui gli attori si nascondono ma che costituiscono altresì cibo e bevanda per gli stessi. Trucioli che, metaforicamente, cadono da quel tronco a grandezza naturale che, posto in orizzontale su un lato del palco, domina la scena, rimandando esplicitamente all’origine di Pinocchio. E il burattino che – saltando con un balzo l’infanzia – conquista al termine dello spettacolo carnale umanità come adolescente alle soglie della maturità, porta appoggiato sul petto un ceppo di legno a ricordarne la natura. Quell’origine – e rilevante è il dibattito sulla  differenza, tutt’altro che insignificante, fra “fare” e “creare” – che Latella divide fra un Mastro Ciliegia che è controfigura di un’oscura fata Turchina e lo stesso Geppetto. Sì, perché uno degli aspetti più significativi di questa lettura del testo di Collodi è l’inserimento del tema della maternità, malgrado Pinocchio non riesca mai a pronunciare tutta intera la parola “mamma”. Genitorialità che si coniuga a un altro motivo onnipresente e conturbante, ovvero il dolore: quello che padri e madri provano e che, egoisticamente, impongono a chi è frutto della loro carne – le terribili accuse rivolte dalla Lumaca alla fata Turchina… Genitori che riconoscono con candore quanto “fare” un figlio non significhi automaticamente amarlo… Ma nello spettacolo si parla anche di teatro – di attori insinceri e di spettatori-burattini – degli inganni con cui ci garantiamo un’accettabile sopravvivenza – la “patetica” consolazione dei ricordi – dell’impossibilità di morire – ma anche di vivere – appieno. Uno spettacolo da vedere e rivedere, malgrado la sua osticità, il suo non cercare di assecondare lo spettatore ma, al contrario, di irritarlo, scuoterlo, angosciarlo. Da vedere perché turba e interroga. E perché in scena si muovono attori “veri”, a partire dall’ipercinetico, capriccioso, istintivo, egoista e autentico Christian La Rosa nel ruolo del protagonista.

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     Pinocchio, drammaturgia di Antonio Latella, Federico Bellini, Linda Dalisi, regia di Antonio Latella, con Michele Andrei, Anna Coppola, Stefano Laguni, Christian La Rosa, Fabio Pasquini, Matteo Pennese, Marta Pizzigallo, Massimiliano Speziani. Visto al Teatro Strehler di Milano il 5 febbraio 2017.

 

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