Il teatro fuori dal teatro: su A scatola chiusa di Cardea-Mercuriati

Una porta anonima sulla strada, una scala che conduce in una sorta di scantinato-cantina che, a dispetto delle apparenze, racchiude infinite e preziose sorprese. Sabato pomeriggio Amanda va a vedere uno spettacolo, va a teatro, ad Armuar, un non-negozio “inventato” dalle accoglienti Alessandra e Roberta che raccolgono vecchie cose – abiti, gioielli, libri, e molto altro – e le dispongono con arte in questo luogo fatto di anfratti e soffitti bassi, con raffinati mobili d’epoca che racchiudono nei loro cassetti gioie originali e ricercate. Un museo delle piccole cose di ottimo gusto, da osservare e magari acquistare. Un luogo che è già scenografia e dove lo spettacolo scritto da Mariza Petrovic e Chiara Cardea e da quest’ultima interpretato insieme alla complice Silvia Mercuriati si ambienta quasi naturalmente. Sì, perché le due estrose protagoniste – Irma e Nora – sono due donne che hanno scelto di rinchiudersi in una camera isolata, in una scatola chiusa, e quale spazio migliore di uno scantinato con tanto di finestrella chiusa da grate per coltivare la propria aspirazione a un’esistenza non volgare ma improntata a stile ed eleganza, del pensiero, prima ancora dell’apparenza esteriore. E, così, le piccole cose di ottimo gusto raccolte da Alessandra e Roberta si confondono con i reali oggetti di scena scelti da Chiara e Silvia, tanto che la separazione fra spazio dell’azione scenica e “platea” viene lentamente e spontaneamente annullata. Ma l’affinità elettiva fra spettacolo e luogo non è soltanto esteriore bensì intrinseca a una comune visione del mondo: una realtà che si vorrebbe più lenta e riflessiva, certo più elegante e colta ma, soprattutto, maggiormente sensibile e non incline a seguire il pensiero unico dominante. Certo Chiara/Irma afferma più volte con altera severità la necessità di non essere mai del tutto se stessi, di imparare a presentare se stessi in una determinata maniera ma non può fare a meno di citare il suo nume tutelare Eugenio Montale quando ricorda la necessità di affermare senza esitazioni ciò “che non si è” e “ciò che non si vuole”. C’è la consapevolezza di un’alterità – il preferire Guccini a Giorgia, l’essere devote a Mariangela Gualtieri e all’irraggiungibile signora dell’eleganza Audrey Hepburn – ma, nel finale, anche la pur dolorosa ammissione che il coltivare quella “diversità” in una scatola chiusa non potrà che inaridirla e soffocarla. E allora, coscienti che forse si piangerà un po’ perché la disperazione sarà sempre in agguato, Irma e Nora scelgono di uscire all’aria aperta e dichiarare senza timore ciò che sono, ciò che preferiscono – i versi di Mario Luzi ma anche la farinata… D’altronde, il mondo vero è certo punteggiato da infinite volgarità ma anche da oasi di bellezza vera come Armuar. Irma e Nora, con intelligenza e infinita ironia, invitano dunque a coltivare la propria sensibilità e a cercare la poesia – non solo del teatro – intorno a noi. Ora, non vi resta che cercare loro…

A-scatola-chiusa

A scatola chiusa, di Mariza Petrovic e Chiara Cardea; con Chiara Cardea e Silvia Mercuriati, visto ad Armuar, a Torino, il 4 marzo 2017

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