La solitudine della sincerità: su Truman Capote. Questa cosa chiamata amore.

Amanda conosce Truman Capote come l’autore di Colazione da Tiffany – poi celeberrimo film interpretato dalla “gattara” Audrey Hepburn – e di A sangue freddo, romanzo-inchiesta che anticipa un certo contemporaneo – e oggi piuttosto perverso e voyeuristico – interesse per delitti efferati tratti dalla cronaca quotidiana. Il monologo – una forma che, mai come in questo caso, è anche contenuto ché Truman non può che essere solo sul palcoscenico – scritto da Massimo Sgorbani ed empaticamente interpretato da Gianluca Ferrato, è un modo per esplorarne con rispettosa indiscrezione l’anima, tormentata e composita. Quello di Sgorbani, infatti, non è un testo accademicamente biografico, bensì sentimentale, meta letterario, sociologico… La scena è un aldilà immaginato quale un ampio soggiorno occupato da un lungo tavolo scuro – su cui l’interprete si arrampica ovvero smonta per mostrare fotografie d’epoca – da svariate sedie e da tre lampadari che, l’uno dopo l’altro, scompaiono oltre la graticcia a segnalare l’oscurità imboccata dall’esistenza di Truman. E quest’ultimo si rivolge ora al pubblico, ora a quelle sedie su cui immagina concreti interlocutori, cui rivolgere argute, ciniche, dolenti riflessioni sulla propria vita – l’infanzia con una madre noncurante, l’oltraggiata omosessualità – e sulla società – quella democratica e intellettuale, liberal ed elegante – in cui egli si aggirava, scrittore ricercato per il suo orgoglioso e ostentato anticonformismo ma, per lo stesso motivo, tenuto a tratti a debita distanza. Sì, perché il vero dramma della brillante esistenza dello scrittore Truman Capote – assai fascinoso, come testimonia la foto che lo mostra al debutto nello scintillante mondo della letteratura newyorkese – fu proprio la sua spavalda “diversità”, non tanto sessuale quanto, più radicalmente, ontologica. Un uomo che non può impedirsi di dire ciò che vede; di svelare ipocrisie e travestimenti; di ironizzare con cinica disperazione su Bob e John Kennedy analizzandone le foto dei corpi scattate all’obitorio; di piangere inconsolabilmente senza lacrime osservando il volto tumefatto di un altro cadavere, quello dell’amica Marilyn Monroe, cui gran parte del monologo è implicitamente indirizzato. Truman diceva di sé, «sono un alcolizzato. Sono un tossicomane. Sono un omosessuale. Sono un genio», con la dolorosa consapevolezza di quanto la sua “geniale” diversità, la sua vista acutissima e incapace di finzione lo avessero condannato all’auto-distruzione. La sincerità senza compressi di Truman non può che portare alla solitudine, nella vita e sul palcoscenico. L’auspicio di Amanda è che il pubblico, in parte sconcertato dalla schiettezza del personaggio ma pronto ad applaudire calorosamente allorché Ferrato, dopo gli applausi, cita un altro “diverso”, ossia Pier Paolo Pasolini, sappia riflettere sulla incredibile velocità con cui uomini scarsamente tollerati in vita per la lucidità del loro sguardo diventino dopo la loro morte –  e loro malgrado – veri e propri “eroi” del loro tempo – povero P.P.P. Speriamo che spettacoli sinceri come questo spingano a leggere quanto davvero scrissero uomini di pensiero quale, appunto, Truman Capote e quale il nostro Pasolini.

Truman Capote - Gianluca Ferrato_ ph. Neri Oddo (2)

 

Truman Capote/Questa cosa chiamata amore, di Massimo Sgorbani; regia e scenografia di Emanuele Gamba; con Gianluca Ferrato; visto al teatro Gobetti di Torino il 15 marzo 2017.

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