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L’oscura banalità del male: su Macbeth essere (e) tempo di Archiviozeta

Purtroppo Amanda non è ancora stata ad assistere allo spettacolo che, ogni anno, nel mese di agosto, la compagnia Archiviozeta mette in scena al Passo della Futa, in quel luogo ancora denso di inquietudini, recriminazioni, dubbi e ferite che è il Cimitero Militare Germanico. Per farsi un’idea dell’originale lavoro della compagnia, guidata da Gianluca Guidotti ed Enrica Sangiovanni, Amanda è andata al teatro Sala Fontana, dove è stato riallestito il lavoro realizzato l’estate passata, ovvero Macbeth. Una fitta nebbia avvolge il palcoscenico, così da introdurre immediatamente lo spettatore in una dimensione “altra” eppure irrevocabilmente terrena, quella abitata dal protagonista, che è un essere umano – per sua natura fragile e contraddittorio – catapultato suo malgrado in una realtà parallela – quella, forse solo un sogno, plasmata da Ecate-donna lupo e dalle sue streghe. Macbeth è sopraffatto da paura e ambizione, ansia e desiderio di potere, un’aspirazione quest’ultima che, nondimeno, Archiviozeta pone in secondo piano, per concentrasi invece sul nucleo oscuro dell’anima del protagonista, quell’assenza di scrupoli, ovvero di coscienza tout court, che in breve tempo lo tramuta da nobiluomo ligio alle medievali regole del cavalierato a gelido tiranno. Una facilità di abbandono di sé fra le accoglienti braccia del Male di cui la compagnia implicitamente indica la regolare replicabilità nella storia dell’umanità portando in scena la riproduzione del disegno realizzato dal pilota dell’Enola Gay per progettare la traiettoria di volo e di lancio della bomba atomica su Hiroshima. Quel semplice schizzo diventa la lettera che Macbeth invia alla Lady, il mantello issato a un ampio cerchio variamente utilizzato nel corso dello spettacolo. Uno dei molti eclettici e suggestivi oggetti/arredi di scena che concorrono a costruire l’innegabile personalità di un lavoro che si interroga con rigore sull’origine del male e sulla sua rapidità di penetrazione nel cuore degli uomini, certo agevolata dall’ontologica paura che ne avvolge l’esistenza.

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Macbeth essere (e) tempo, regia di Gianluca Guidotti ed Enrica Sangiovanni, anche interpreti con Stefano Braschi, Francesco Fedele, Carolina Giudice, Antonia Guidotti, Elio Guidotti, Ciro Masella, Giuditta Mingucci, Alfredo Puccetti; visto al teatro Sala Fontana di Milano il 9 aprile 2017.

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E se riparlassimo di teatro? Su Bestie di scena di Emma Dante

Oramai pare che di teatro si torni a parlare soltanto quando c’è qualche motivo di scandalo, perché una regista – che, fra l’altro ha anche fatto l’attrice, non solo all’inizio della sua carriera al glorioso Gruppo della Rocca ma pure un paio di anni fa, in Io, Nessuno e Polifemo, Amanda ci tiene a puntualizzare, viste le scarse conoscenze palesate recentemente da alcuni improvvidi recensori – obbliga alla nudità i suoi attori, mette in scena uno spettacolo senza testo ed è pure prodotta dal principale teatro d’Italia e chissà cosa direbbe Ronconi se fosse ancora vivo… Amanda invece – che lo spettacolo l’ha visto per davvero – vorrebbe condividere qualche impressione e riflessione.

Gli ultimi spettacoli di Emma Dante non avevano convinto molto Amanda, che riscontrava una certa “stanchezza”, un ripetersi di idioletti ognora meno sonori ed espressivi. E dunque con una certa perplessità si è accomodata in un teatro Strehler colmo di “addetti ai lavori” – si trattava di una generale aperta al pubblico – e in cui le chiacchiere coprivano l’ansimare dei quattordici attori, già sul palcoscenico, impegnati nel training. Lentamente i performer si tolgono scarpe e abiti, gettandoli giù, dove platea e palco si incontrano… Rimasti nudi si coprono genitali e seni, anche reciprocamente: sono una comunità solidale, unita nel reagire agli stimoli che giungono dalle quinte: petardi e carillon, stracci e scope, noccioline e spade… Il disagio e l’imbarazzo iniziali lasciano progressivamente spazio a individualità e manie, idiosincrasie e passioni e ognuno dei performer pare acquistare consapevolezza di sé e del proprio corpo tanto da rifiutare, nel finale, di indossare uno dei tanti abiti che dalle quinte invadono il palcoscenico. Una coscienza di sé che si traduce in uno sguardo diverso rivolto ora agli spettatori; differente rispetto a quanto avveniva all’inizio dello spettacolo. Sì perché al centro del lavoro di Emma Dante c’è la relazione: quella con il sé più profondo, in primo luogo, e poi con gli altri e con quella particolare specie di “altri” che sono gli spettatori. È lo sguardo dei performer e non la loro nudità – di cui in breve tempo ci si dimentica, anche perché non vi è nulla di erotico ovvero malizioso in essa – a “disturbare” il pubblico, a chiamarlo in causa in una relazione che non può comportare gradi differenti di responsabilità fra chi sta dentro e di chi sta fuori il palcoscenico. Con questa spettacolo Emma Dante chiede a se stessa e a i suoi attori di mettersi in gioco, di “giocare” la propria esistenza sul palco, ma allo stesso rischio è richiesto di esporsi pure agli spettatori: quanti di noi sono davvero disposti?

Bestie di scena, ideazione e regia di Emma Dante; visto al teatro Strehler di Milano il 27 febbraio 2017.

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Pinter in Sicilia: su Ouminicch’ di Rosario Palazzolo

Due uomini chiusi in una stanza che attendono da molte ore una telefonata che, probabilmente, ne deciderà il destino. Che cosa vi viene in mente? Ad Amanda, immediatamente, il Pinter dei claustrofobici plays ambientati in stanze-prigioni, a partire, ovviamente, da The Room. In questo caso il modello – forse involontario – è The Dumb Waiter, in cui due uomini – appunto – aspettano istruzioni che vengono loro recapitate attraverso il calapranzi del titolo. Rosario Palazzolo – autore, regista e interprete, con Salvatore Nocera, di questo spettacolo di puro teatro dell’assurdo, in salsa siciliana, però – trasferisce quella situazione nella Palermo di oggi. Ambientazione geografica e temporale che viene nondimeno soltanto suggerita dall’uso del dialetto e da alcuni riferimenti testuali – le serie televisive, i fumetti – e mai esplicitata, così da creare quella sospesa atmosfera di “minaccia” – ancora Pinter – che tiene avvinghiati i due interpreti così come gli spettatori. Al centro della scena una bara colore rosa shocking, ai lati le sedie occupate dai due uomini, la cui identità è stata cancellata e sostituita da numeri – Trentasetti e Trentaquattru. Il dialogo è ora accelerato, ora procede a monosillabi ovvero si scioglie in prolungati ma significativi silenzi a rafforzare quella succitata atmosfera di angosciosa attesa che pervade lo spettacolo. I due uomini sanno che in quella stanza si deciderà della loro stessa sopravvivenza e il loro costante – e ognora più disperato – eludere la contingenza non fa che accrescere l’esistenziale tensione che piano piano avvolge la sala.

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Ouminicch’, di Rosario Palazzolo,  anche interprete con Salvatore Nocera; visto a San Pietro in Vincoli, per la stagione di ACTI Teatri Indipendenti, a Torino, il 16 febbraio 2017.

Quando il teatro imita – male – il cinema: su Venere in pelliccia

I rapporti fra cinema e teatro sono fitti e intricati: capita che un film tratto da una commedia – Venere in pelliccia, regia di Roma Polanski, tratto dall’omonimo play dello statunitense David Ives – ispiri la messa in scena teatrale di quello stesso dramma, sfruttando sicuramente il successo e la curiosità suscitati dalla pellicola cinematografica. E così l’attrice Sabrina Impacciatore, nota soprattutto per la sua verve comica, ha convinto il regista torinese Valter Malosti a mettere in scena la commedia di Ives, chiedendogli anche di interpretare la parte del protagonista maschile. Ecco allora che, sul palcoscenico, Malosti interpreta se stesso – il “personaggio” Valter Malosti più che l’”uomo” V.M. – ossia il regista impegnato nei provini per rintracciare la futura interprete femminile del suo adattamento del romanzo di Sacher-Masoch da cui è tratto anche il titolo della pièce. Malosti, con ammirevole auto-ironia, mette in gioco se stesso, divertendosi apertamente a recitare questo suo doppio e palesando quanto questo spettacolo sia per lui soprattutto un divertissement, un lavoro su commissione che diventa occasione per sperimentarsi con ironia e leggerezza. Certo una simile interpretazione non appare coerente con le peculiarità del personaggio creato da Ives e poi riletto da Polanski e nondimeno la scelta interpretativa di Malosti risulta del tutto coerente con il suo disegno registico, inevitabilmente plasmato dalle qualità attoriali di Sabrina Impacciatore. Impossibile  – e certo scorretto – paragonarla con la seducente Emmanuelle Seigner, eppure Amanda si sarebbe aspettata una maggiore consapevolezza del palcoscenico e, soprattutto, una più ampia gamma interpretativa: così Impacciatore se la cava “dignitosamente” nella parte dell’attricetta di bassa categoria, pur trasformandola in una “borgatara” piuttosto volgare e dal “c…o” facile, ma non possiede né la presenza scenica né la capacità “professionale” per restituire la seconda identità di Wanda, l’attrice giunta in ritardo al provino. L’ambiguità, il non-detto, il mistero che pian piano avvolgono il personaggio della donna non vengono restituiti in alcun modo dall’Impacciatore che, certo, si concede generosamente al palcoscenico ma senza possedere i mezzi per abitarlo. Il risultato è uno spettacolo che non sa ricreare quell’atmosfera ognora più ipnotica, ambiguamente visionaria e dionisiaca, che contraddistingue il play –  e il film di Polanski – riducendosi così a un divertissement – anche un po’ troppo lungo e alfine noioso –  senza alcuna necessità.

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Venere in pelliccia, di David Ives, regia di Valter Malosti, anche interprete con Sabrina Impacciatore; visto al teatro Gobetti di Torino il 13 febbraio 2017.

Il cinema a teatro: su Ciak di 7-8 Chili

Ci sono piccoli spettacoli che sanno regalare buonumore con intelligenza: non sono – purtroppo – così frequenti sui palcoscenici nostrani ma, ogni tanto, capitano. È il caso di Ciak, cui Amanda ha assistito alle Officine Caos, creato e realizzato in scena da Giulia Capriotti – performer – e Davide Calvaresi – regista e manovratore dei vari oggetti, più o meno tecnologici, che animano e “fanno” lo spettacolo. Un condensato ma appassionato omaggio alla storia del cinema: quello d’autore così come quello più pop. Moltissimi i film citati – dalla serie di James Bond a Titanic, dagli horror ai gialli – tutti accomunati da una sorta di “mitizzazione”  più o meno consapevolmente generata da pubblico, critica, umori del tempo… Pellicole –  a volte solamente semplici scene – diventate quasi leggendarie ed entrate nell’immaginario collettivo di intere generazioni. Capriotti e Calvaresi, avvalendosi l’una della propria flessibile espressività, l’altro di fantasiosa ingegnosità nel manovrare macchinine di carta, simil-origami, asciugacapelli e molto altro, ribaltano quella “leggendarietà”, testimoniando con disarmante ironia – e rara autoironia – l’inconsapevole ma diligente celerità con cui l’umanità si rispecchia in immaginari più o meno fantastici ovvero verosimili. Utilizzando in parte gli stessi strumenti del cinema – una telecamera che riprende in presa diretta quanto avviene sul palcoscenico e lo proietta su uno schermo che, così, moltiplica punti di vista e prospettive – Capriotti e Calvaresi ci ricordano il nostro – forse innato – bisogno di credere in altri mondi – nelle favole? – e ci invitano certo a non soffocarlo bensì ad assecondarlo ma senza mai perdere una necessaria e gioiosamente autocritica consapevolezza di sé.

Ciak, di e con Giulia Capriotti e Davide Calvaresi; visto alle Officine Caos di Torino il 4 febbraio 2017.

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Quanto è difficile essere donna: su Vedi alla voce Alma di Nina’s Drag Queens

Ma che c’entrano Alma Mahler, donna entrata nella storia della musica, dell’arte e della letteratura senza aver mai preso – almeno professionalmente – in mano una penna ovvero un pennello; e la disperata protagonista de La voix humaine di Cocteau? La “musa” che portò sull’orlo della follia Oskar Kokoschka e l’ignota che affida la propria stessa esistenza a una telefonata? In realtà le affinità sono assai più numerose di quanto l’apparenza lasci indovinare e con sensibilità e simpatetica ironia le suggerisce Lorenzo Piccolo, autore e interprete di un monologo che, fra l’altro, testimonia della vitale flessibilità dell’originale linguaggio elaborato dalla compagine milanese delle Nina’s Drag Queens. Ma torniamo al cuore dello spettacolo: senza reale soluzione di continuità il protagonista passa da Alma – parrucca d’epoca e un abito rosa confetto variamente appoggiato sul palco e su una sedia – alla donna abbandonata, che ha la voce “storica” di Anna Proclemer. Un trolley rosso è la scatola magica da cui Piccolo estrae abiti e oggetti di scena; poi ci sono una pistola, un telefono – ovviamente – e una miscellanea di bicchieri di vetro in cui versare lo strumento di un inverosimile suicidio – e il rumore delle aspirine che si sciolgono l’una dopo l’altra intona un’improbabile ma struggente colonna sonora. Alma, la musa trionfante, la cui ombra si staglia sul bianco fondale, e la “soccombente” di Cocteau vengono sovrapposte e virtualmente intersecate da Lorenzo Piccolo che, negando esplicitamente qualsiasi “psicologia” e affidandosi esclusivamente al “teatro”, incarna e riflette pensieri e sentimenti, malinconici ovvero straziati frutti di due donne cui è, in fondo, negato di essere autenticamente se stesse: l’una imprigionata in quell’icona senz’anima della “musa ispiratrice” concretizzata nella bambola fatta costruire da “Oskar” a immagine e somiglianza della fedifraga Alma; l’altra incatenata a una relazione che l’ha condotta all’annullamento di sé. Lorenzo, insomma, ci ricorda come sia ancora difficile declinare al femminile il mondo attorno a noi …

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Vedi alla voce Alma, drammaturgia e interpretazione di Lorenzo Piccolo, regia di Alessio Calciolari; visto a Bellarte, Torino, il 3 febbraio 2017.

Una scoperta emozionante: I negri di Cuori Rivelati

Scoprire il lavoro di compagnie poco note, magari perché lavorano in quell’altra Italia – ma è davvero ancora Italia? – che è la Sicilia, è sempre un’emozione gratificante per Amanda. Cuori Rivelati agisce a Catania ed è guidata dalla regista e attrice Elena Rosa, coadiuvata dalla danzatrice Sara Firrarello e dall’attore Benedetto Caldarella, e sostenuta dal “lume tutelare” Aldo Kappadona. La compagnia lavora con un gruppo di disabili mentali della città, coinvolti in laboratori e, soprattutto, resi coprotagonisti di veri e propri spettacoli – non semplici “saggi” ovvero “esiti” laboratoriali. L’obiettivo, infatti, non è tanto quello di utilizzare il teatro quale mezzo “terapeutico” per raggiungere scopi meramente curativi bensì quello di fare, professionalmente, teatro, indagando quale apporto – poetico e relativo al significato profondo – possa portare un attore disabile a un testo drammatico. Così nello spettacolo cui ha assistito Amanda, tratto da I negri di Jean Genet: un dramma che non è semplice pretesto bensì concreto oggetto a partire dal quale sviluppare riflessioni e immagini pregnanti. Ed è sicuramente molto “genetiana” la messa in scena realizzata da Elena Rosa: un susseguirsi di visioni germinate da interrogativi e situazioni tratti dal testo che viene analizzato e rivoltato in profondità, così da intercettarne riflessi nella contemporaneità, quella dei performer coinvolti così come quella più ampia attraversata da tutti noi. Uno spettacolo realmente intenso e fitto – di suggestioni, pensieri ed emozioni –che meriterebbe di essere visto in tutto il “continente”.

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I negri, visioni e interpretazioni da Jean Genet, progetto e regia di Elena Rosa e Benedetto Caldarella, visto alle Officine Caos di Torino il 1 dicembre 2016