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Il “fragile” Lear di Bacci-Geraci

L’esclusione del termine “re” è ben indicativa dell’obiettivo – drammaturgico e interpretativo – perseguito da Stefano Geraci e Roberto Bacci nella loro riscrittura di King Lear – operazione che richiede allo stesso tempo l’audacia di misurarsi con l’inarrivabile parola shakespeariana e l’umiltà di riconoscerne l’incommensurabilità. Il “re” viene omesso in primo luogo perché il suo interprete è una donna – Silvia Pasello – e poi per evidenziare l’umanissima fragilità del suo protagonista, che, dopo aver abdicato alla propria corona e, dunque, al potere e all’autonomia che essa gli garantiva, si ritrova in balia di persone e situazioni che più non è in grado di governare. Amanda era molto incuriosita dalla scelta di “una” Lear – vivido il ricordo della splendida Anna Maria Guarnieri-Prospero nella Tempesta diretta da Antonio Latella qualche anno fa –  e, purtroppo, è rimasta delusa dall’esito in scena: Pasello, sfruttando il fisico androgino e un corto e mascolino taglio di capelli, si tramuta in scena in una sorta di essere asessuato, né uomo né donna, certo vulnerabile e capriccioso, poi livido e dolente, eppure incapace di incarnare quell’umanissima fragilità perseguita dagli autori. Un’interpretazione che, per quanto generosa e concentrata, non arriva a colpire al cuore gli spettatori: a tratti troppo astratta, priva di quella rabbia e quella ostinata e quasi infantile testardaggine che contraddistinguono il personaggio, rendendolo loquace specchio in cui, pur non volendo, il pubblico è costretto a riflettersi. E certo il ruolo marginale riservato al Fool (Michele Cipriani), sostegno e “doppio” di Lear, non fa che indebolire la resa scenica del protagonista e, di conseguenza, mina altresì la dichiarata volontà di raffigurare l’innata gracilità – psicologica e morale – dell’uomo. Peccato, poiché si tratta comunque di uno spettacolo pensato “in grande”: sette sipari mobili colorati nella tonalità del mattone-bruciato costruiscono una scena ognora cangiante, funzionale al rapido passaggio da un luogo all’altro; un coro di osservatori-servi di scena – gli stessi attori che indossano una maschera neutra – a legare le differenti situazioni; una colonna sonora – creata da Ares Tavolazzi e con canzoni eseguite anche dal vivo – di magnetica ed evocativa potenza.   LEAR 9ok

 

 

Lear di Stefano Geraci e Roberto Bacci (anche regista), visto al Teatro Era di Pontedera (Pisa) l’8 aprile 2016

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