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L’irresistibile seduzione del potere: su Lear di Edward Bond

Lear è uno dei play più noti di Edward Bond, scritto nel lontano 1971 e nondimeno ancora assai istruttivo nel suo descrivere l’inesorabile scivolare nella tirannia di chiunque abbia la sorte – per eredità, per legittima elezione ovvero in seguito a sanguinosa rivolta – di acquisire il comando di un regno. Molto liberamente ispirato all’omonima tragedia shakespeariana, il play è stato adattato e portato in scena da Lisa Ferlazzo Natoli, con protagonista Elio De Capitani. Amanda ha assistito allo spettacolo in una delle sue date milanesi, curiosa di capire come la giovane regista avesse affrontato il testo di Bond: in generale, infatti, la pur ricca ed efficace drammaturgia britannica giunge non così sovente sui palcoscenici nostrani e, in molti casi, la trasposizione si rivela incolore. C’è una pratica e, soprattutto, un’idea di teatro peculiarmente british che risultano ostiche e, in sostanza, non familiari e fin estranee a quelle nostrane. Amanda sta ovviamente generalizzando ma chiunque abbia messo piede in un teatro inglese capisce quale differenza esista: una distanza generata, appunto, da una concezione del teatro atavicamente diversa… Comunque, per tornare allo spettacolo – una scena eclettica, con pochi elementi che consentono veloci ma pregnanti cambi di ambientazione e un telo grigio, nella parte alta, sul quale vengono scritti personaggi e luogo dell’azione – si può dire non del tutto soddisfacente. Certo gli interpreti – alcuni impegnati in più ruoli – offrono interpretazioni di alta qualità, l’apparato scenografico e sonoro – una sorta di composita coperta di suoni avvolge la messa in scena per tutta la sua durata – sono ingegnosi e suggestivi; eppure… Lo spettacolo procede con qualche apprensione, affaticato e insicuro, tanto che la violenza – delle situazioni e soprattutto della riflessione sulla natura umana – insita nel play risulta prosciugata, come una lama non più affilata da troppo tempo. Come se, ancora una volta, la differenza di latitudine fra Inghilterra e Italia avesse interferito e inficiato il meritorio tentativo di traduzione e trasposizione.

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Lear, di Edward Bond, adattamento e regia di Lisa Ferlazzo Natoli, con Elio De Capitani, Fortunato Leccese, Anna Mallamaci, Emiliano Masala, Alice Palazzi, Pilar Perez Aspa, Diego Sepe, Francesco Villano; visto al teatro Elfo Puccini di Milano il 30 aprile 2017.

 

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Il “fragile” Lear di Bacci-Geraci

L’esclusione del termine “re” è ben indicativa dell’obiettivo – drammaturgico e interpretativo – perseguito da Stefano Geraci e Roberto Bacci nella loro riscrittura di King Lear – operazione che richiede allo stesso tempo l’audacia di misurarsi con l’inarrivabile parola shakespeariana e l’umiltà di riconoscerne l’incommensurabilità. Il “re” viene omesso in primo luogo perché il suo interprete è una donna – Silvia Pasello – e poi per evidenziare l’umanissima fragilità del suo protagonista, che, dopo aver abdicato alla propria corona e, dunque, al potere e all’autonomia che essa gli garantiva, si ritrova in balia di persone e situazioni che più non è in grado di governare. Amanda era molto incuriosita dalla scelta di “una” Lear – vivido il ricordo della splendida Anna Maria Guarnieri-Prospero nella Tempesta diretta da Antonio Latella qualche anno fa –  e, purtroppo, è rimasta delusa dall’esito in scena: Pasello, sfruttando il fisico androgino e un corto e mascolino taglio di capelli, si tramuta in scena in una sorta di essere asessuato, né uomo né donna, certo vulnerabile e capriccioso, poi livido e dolente, eppure incapace di incarnare quell’umanissima fragilità perseguita dagli autori. Un’interpretazione che, per quanto generosa e concentrata, non arriva a colpire al cuore gli spettatori: a tratti troppo astratta, priva di quella rabbia e quella ostinata e quasi infantile testardaggine che contraddistinguono il personaggio, rendendolo loquace specchio in cui, pur non volendo, il pubblico è costretto a riflettersi. E certo il ruolo marginale riservato al Fool (Michele Cipriani), sostegno e “doppio” di Lear, non fa che indebolire la resa scenica del protagonista e, di conseguenza, mina altresì la dichiarata volontà di raffigurare l’innata gracilità – psicologica e morale – dell’uomo. Peccato, poiché si tratta comunque di uno spettacolo pensato “in grande”: sette sipari mobili colorati nella tonalità del mattone-bruciato costruiscono una scena ognora cangiante, funzionale al rapido passaggio da un luogo all’altro; un coro di osservatori-servi di scena – gli stessi attori che indossano una maschera neutra – a legare le differenti situazioni; una colonna sonora – creata da Ares Tavolazzi e con canzoni eseguite anche dal vivo – di magnetica ed evocativa potenza.   LEAR 9ok

 

 

Lear di Stefano Geraci e Roberto Bacci (anche regista), visto al Teatro Era di Pontedera (Pisa) l’8 aprile 2016

L’opera che non c’è: su Verdi Re Lear di Lenz

Una sfida da far tremare i polsi, così Amanda definisce l’impresa intrapresa con il consueto rigore da Francesco Pititto e Maria Federica Maestri, i quali hanno scelto di mettere in scena un’opera che non esiste o, meglio, è esistita soltanto nella mente di Giuseppe Verdi il quale, pur in possesso del libretto scritto da Antonio Somma, non compose mai la musica. Si parla del Re Lear, tragedia che il musicista rincorse per anni, studiandola e desiderandola, senza mai riuscire tuttavia a realizzarla. Un’opera-chimera o, forse, un’ossessione. Una meta spostata ognora più avanti fino a non raggiungerla mai, pur tracciando un percorso artistico le cui tappe coincidono con opere significative del repertorio verdiano. I Lenz scelgono di tradurre questa chimera-ossessione in una concentrata installazione visivo-musicale, sostanziando in immagini e suoni fortemente iconici ed evocatici quei pensieri e quelle suggestioni che imprigionarono per anni il talento verdiano. Un’installazione duplice, allestita in due spazi distinti e autonomi, non conseguenti, tanto che il pubblico, per sorteggio, è invitato a iniziare il proprio percorso di fruizione dell’opera dall’uno ovvero dall’altro e il trasferimento dall’una all’altra sala non diviene tanto un intervallo quanto un passaggio, assorto e sinuoso, da una paesaggio mentale a un altro. La tragedia shakespereana è scarnificata, ricondotta ai suoi immortali nuclei tematici, primo fra tutti la follia e, poi, sincerità e finzione, brama di potere e umana fragilità. Temi che i Lenz suggeriscono inventando quelle che essi stessi definiscono “immagini acustiche”: quadri di raffinata eleganza formale e acuta pregnanza, abitati dai performer abituali della compagnia, compresi alcuni degli “attori sensibili”, così come da alcuni giovani cantanti allievi del conservatorio Arrigo Boito di Parma, e, ancora, dalla musica composta dall’inglese Robin Rimbaud aka Scanner, cui è stato affidato l’arduo compito di comporre non tanto quella partitura che mai Verdi scrisse, quanto quel corrispettivo sonoro capace di dare profondità alle immagini create sui due palcoscenici da Pititto e Maestri. L’opera che il musicista di Busseto non compose diviene così un percorso visivo e uditivo di potente e inusuale magnetismo.

Lenz Fondazione + Robin Rimbaud aka Scanner - Verdi Re Lear - © Francesco Pititto

Verdi Re Lear, di Lenz Fondazione, visto al Lenz Teatro di Parma nell’ambito del Festival Verdi 2015, il 10 ottobre 2015.