Archivi tag: Teatro Carignano

La solitudine dell’attore: su Minetti e Recita dell’attore Vecchiatto

Due sere di teatro; due serate di amara ma sapientemente autoironica riflessione sull’arte del teatro. Una meditazione ognora attraversata dall’acuta consapevolezza della marginalità del teatro in una società impegnata a stordirsi nei festeggiamenti per il Capodanno (in Minetti) ovvero a seguitare pigramente la quotidiana routine della provincia italiana (nella Recita dell’attore Vecchiatto nel teatro di Rio Saliceto). In entrambi gli spettacoli attori di lungo corso, con una carriera più o meno gloriosa alle spalle, inesorabilmente interrotta da atti di orgogliosa coerenza con la propria arte. Ecco dunque Minetti: come risaputo, non un personaggio d’invenzione, ma uno dei protagonisti della scena teatrale in lingua tedesca, cui Thomas Bernhard regala il suo umore caustico, la sua lucidissima visione dell’arte degli uomini. Minetti giunge in un albergo di Ostenda, lì invitato – forse, probabilmente un autoinganno – dal direttore di un importante teatro che intende offrirgli la parte del suo amato Lear. Circondato da uomini che indossano maschere grottesche, Minetti pronuncia il suo monologo, una sorta di testamento spirituale – ma senza nostalgia, sentimento estraneo alla gelida ma straziante causticità di Bernhard – in cui ripercorre un’esistenza in cui il rifiuto della letteratura classica – ovvero della sterile e vuota ripetizione della cosiddetta “tradizione” – gli è costato l’emarginazione dalla società teatrale tedesca. Analogamente Achille e Carlotta Vecchiatto si ritrovano a recitare i loro arguti sonetti in una sala vuota, solo una donna “resiste”, altri tre o quattro potenziali spettatori si siedono ma subito se ne vanno. Così Roberto Herltzka/Minetti e Claudio Morganti/Achille ed Elena Bucci/Carlotta celebrano la “rumorosissima” solitudine degli attori, esseri egocentrici e in fondo fragili che tuttavia proclamano orgogliosamente la propria necessità di esistere nell’umana società. Una necessità che Bernhard mette problematicamente in discussione, per invitare, però, a non darla per scontata, a non rivestire con il manto della classicità la propria sterilità artistica –  e la propria malafede. Un invito a quell’autenticità dell’ispirazione – anche a costo di essere sgradevoli come certo fu il drammaturgo austriaco – mirabilmente esemplificata da Achille, capace di allestire una piccola “recita” in un supermercato a uso e consumo di una donna “offesa” dalla macchinetta automatica per le fotografie…

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Minetti, di Thomas Bernhard, regia di Roberto Andò, con Roberto Herlitzka, visto al teatro Carignano di Torino il 5 aprile 2017. Recita dell’attore Vecchiatto nel teatro di Rio Saliceto, di Gianni Celati, con Elena Bucci e Claudio Morganti, visto a San Pietro in Vincoli, Torino, il 6 aprile 2017.

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Quanto è difficile essere contemporanei: su Giulio Cesare di Alex Rigola

Un “classico” in quanto tale condensa in sé temi e valori universali, che hanno a che fare con l’essere umano di ogni epoca e che appaiono evidenti fin dalla lettura e/o fruizione scenica del testo stesso. Questo per dire che, allorché un regista decida di allestire un cosiddetto classico, la sua visione della contemporaneità dell’opera stessa risulterà lampante dalla messa in scena, senza necessità di ridondanti e didascaliche spiegazioni. Una sicurezza che, si è convinta Amanda, non possiede Alex Rigola, il quale ha bisogno di far precedere l’inizio del suo allestimento del Giulio Cesare di Shakespeare da un breve video in cui mostra Obama, Hillary e Stato Maggiore degli USA riuniti nella Sala Ovale ad assistere all’operazione che condusse alla cattura e all’uccisione di Bin Laden; immagini chiosate da interrogativi quali: può la violenza essere combattuta con la stessa violenza? Può un uomo insignito del premio Nobel per la pace ordinare un assassinio? E il video si conclude con un primo piano del cadavere del piccolo Aylan, il bambino siriano naufragato su una spiaggia greca. Cadavere che, nel finale dello spettacolo, diventerà un enorme bambolotto gonfiabile ricoperto da una montagna di ossa che vengono man mano portate via fino a svelarlo. Ma torniamo all’inizio: che bisogno c’è di fornire allo spettatore le “istruzioni per l’uso” di una tragedia che parla da sé e che richiede, affinché la sua “violenta” e straordinaria modernità risultino palesi, soltanto una regia salda e un cast all’altezza. Fattori che, purtroppo, non contraddistinguono – almeno non in misura accettabile – lo spettacolo di Rigola e ciò malgrado l’iconica e autorevole incarnazione di Giulio Cesare da parte di Maria Grazia Mandruzzato e una seconda parte decisamente più sicura, sia dal punto di vista scenico – il repentino susseguirsi degli eventi bellici e politici reso dall’alternarsi rapido degli attori ai microfoni posizionati in proscenio – che da quello del ritmo, finalmente congruente e incalzante. Peccato che questa seconda parte si concluda con il succitato disvelamento del fantoccio del cadavere di Aylan: una scelta che, anziché provocatoria ovvero generatrice di costruttive riflessioni sul persistere della guerra e sulle responsabilità dei governi occidentali, appare superficialmente gratuita.

 

Giulio Cesare, di William Shakespeare, regia di Alex Rigola, con Michele Riondino, Maria Grazia Mandruzzato, Stefano Scandaletti, Michele Maccagno… ; visto al teatro Carignano di Torino il 18 marzo 2017.TSV_Giulio Cesare_foto di Serena Pea (15)

La superficialità del mattatore: su L’uomo dal fiore in bocca con Gabriele Lavia

Dopo una giornata decisamente impegnativa, Amanda si pregustava una serata di rassicurante buon teatro avviandosi verso il Carignano per assistere al nuovo spettacolo diretto e interpretato da Gabriele Lavia. Di nuovo Pirandello, ma il regista-attore non aveva deluso con i suoi allestimenti di Tutto per bene e dei Sei personaggi, dunque nulla da temere. Il monumentale fondale che funge da sipario, così come l’altrettanto spettacolare scenografia – è riprodotta in scala reale la sala d’attesa, con tanto di imponenti vetrate incastonate da cornici liberty, in cui è ambientato l’atto unico – creano aspettative non ordinarie nei confronti della messa in scena che lì si sta per dare. Aspettative che, nondimeno, si frantumano nell’impatto con uno spettacolo evidentemente di “convenienza” o di “necessità”, che dir si voglia. La definizione, infatti, non modifica la sostanza, ovvero un “prodotto” confezionato per ossequiare la necessità di nuove produzioni così come per soddisfare la richiesta del pubblico, sempre caloroso nei confronti del regista-attore. E lo stesso avviene al Carignano, anche se non pochi spettatori, all’uscita, dichiarano disarmati la propria delusione. Sì, perché c’è ben poco di ispirato in questo allestimento che allunga – secondo le regole del “mercato” teatrale sarebbe improponibile uno spettacolo di appena quaranta minuti – il testo de L’uomo dal fiore in bocca con brani tratti da novelle che trattano temi affini senza tuttavia ottenere un impasto fluido, anzi i grumi sono ben evidenti nelle pause ingiustificate, nei sipari incongrui, nelle cadute di ritmo. Dispiace davvero vedere l’indubbia maestria di Gabriele Lavia flettersi a regole del mercato che, se assicurano la sopravvivenza delle finanze dei teatri, di sicuro non garantiscono l’affezione di un pubblico che, per fortuna, sta piano piano acquistando una certa acutezza critica, anche se ancora si sente in colpa a mettere in discussione la prova di un indiscusso mattatore…

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L’uomo dal fiore in bocca… e non solo, di Luigi Pirandello, regia e interpretazione di Gabriele Lavia, in scena con Lorenzo Terenzi e Barbara Alesse, visto al teatro Carignano di Torino il 29 novembre 2016.