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Quanto è difficile essere contemporanei: su Giulio Cesare di Alex Rigola

Un “classico” in quanto tale condensa in sé temi e valori universali, che hanno a che fare con l’essere umano di ogni epoca e che appaiono evidenti fin dalla lettura e/o fruizione scenica del testo stesso. Questo per dire che, allorché un regista decida di allestire un cosiddetto classico, la sua visione della contemporaneità dell’opera stessa risulterà lampante dalla messa in scena, senza necessità di ridondanti e didascaliche spiegazioni. Una sicurezza che, si è convinta Amanda, non possiede Alex Rigola, il quale ha bisogno di far precedere l’inizio del suo allestimento del Giulio Cesare di Shakespeare da un breve video in cui mostra Obama, Hillary e Stato Maggiore degli USA riuniti nella Sala Ovale ad assistere all’operazione che condusse alla cattura e all’uccisione di Bin Laden; immagini chiosate da interrogativi quali: può la violenza essere combattuta con la stessa violenza? Può un uomo insignito del premio Nobel per la pace ordinare un assassinio? E il video si conclude con un primo piano del cadavere del piccolo Aylan, il bambino siriano naufragato su una spiaggia greca. Cadavere che, nel finale dello spettacolo, diventerà un enorme bambolotto gonfiabile ricoperto da una montagna di ossa che vengono man mano portate via fino a svelarlo. Ma torniamo all’inizio: che bisogno c’è di fornire allo spettatore le “istruzioni per l’uso” di una tragedia che parla da sé e che richiede, affinché la sua “violenta” e straordinaria modernità risultino palesi, soltanto una regia salda e un cast all’altezza. Fattori che, purtroppo, non contraddistinguono – almeno non in misura accettabile – lo spettacolo di Rigola e ciò malgrado l’iconica e autorevole incarnazione di Giulio Cesare da parte di Maria Grazia Mandruzzato e una seconda parte decisamente più sicura, sia dal punto di vista scenico – il repentino susseguirsi degli eventi bellici e politici reso dall’alternarsi rapido degli attori ai microfoni posizionati in proscenio – che da quello del ritmo, finalmente congruente e incalzante. Peccato che questa seconda parte si concluda con il succitato disvelamento del fantoccio del cadavere di Aylan: una scelta che, anziché provocatoria ovvero generatrice di costruttive riflessioni sul persistere della guerra e sulle responsabilità dei governi occidentali, appare superficialmente gratuita.

 

Giulio Cesare, di William Shakespeare, regia di Alex Rigola, con Michele Riondino, Maria Grazia Mandruzzato, Stefano Scandaletti, Michele Maccagno… ; visto al teatro Carignano di Torino il 18 marzo 2017.TSV_Giulio Cesare_foto di Serena Pea (15)

Remembering Nelson Mandela

Anche Amanda vuole ricordare Nelson Mandela e non può che farlo legandone il nome al teatro. Nel novembre dello scorso anno Amanda visitò al British Museum di Londra la mostra Shakespeare: staging the world. Nell’ultima sala era esposta una copia molto particolare delle opere complete di Shakespeare: si trattava del volume che proprio Nelson Mandela riuscì a farsi portare e a tenere con sé durante la lunga prigionia a Robben Island. Mandela ingannò le guardie facendo passare Shakespeare per la Bibbia e riuscì, così, a far circolare il volume anche fra gli altri prigionieri cui consegnava messaggi di speranza e di consolazione sottolineando e annotando passi significativi dei drammi del Bardo.

Grazie a Nelson Mandela per avere immaginato e messo concretamente in scena un mondo migliore…

Quanti Amleto sulle scene…

In un paio di settimane Amanda ha assistito a ben due differenti versioni di Amleto, a conferma di come la tragedia shakespeariana non soltanto sia uno dei testi più rappresentati ma, altresì, come essa sappia rispecchiare e veicolare pensieri, turbamenti e inquietudini universali e atemporali. In quest’epoca tanto instabile e costantemente alla ricerca di punti di riferimento solidi dopo la rovina di quelli che si ritenevano pilastri, la vicenda del tormentato principe di Danimarca assume un’esemplarità maggiormente rimarcata. L’Amleto adattato e diretto da Valter Malosti per lo Stabile di Torino partendo dal dettato dell’in folio del 1623 è una sorta di versione “da camera” della tragedia: tutto si svolge nella stanza della regina Gertrude, dalla quale non pare riuscire ad allontanarsi il giovane Amleto, che è il bravo Leonardo Lidi, un po’ goffo e assai lontano dai fascinosi ritratti del personaggio tramandatici dai grandi attori ma, in verità, molto più verosimile ed efficace nel rendere l’indole in parte ancora fanciullesca del principe. Malosti mescola tragedia e ottocentesco dramma familiare, costruendo uno spettacolo claustrofobico e intenso, in cui gli adattamenti/aggiornamenti non stridono bensì paiono sprigionare naturalmente dall’originale. 01_AMLETO_ph-Andrea-Macchia_DSC_5271 05_AMLETO_ph-Andrea-Macchia_DSC_5073 E l’aggettivo claustrofobico può descrivere anche il monologo che Michele Sinisi ha cucito, diretto e interpretato. In uno spazio circoscritto, l’attore – il viso ricoperto di biacca, un costume da menestrello di corte – è un Amleto impegnato a ricostruire la propria vicenda attraverso la rievocazione dei suoi momenti salienti. Gli altri personaggi sono rappresentati in scena da bianche sedie pieghevoli, variamente mosse e posizionate, alla fine decorate con fiori di plastica come tombe in un lugubre cimitero. In cinquanta minuti Sinisi – con pochissimi mezzi, oltre alle sedie uno stereo portatile – imprigiona il pubblico nella gabbia di Amleto, una prigione di pensieri e riflessioni non superficiali, dalla quale si può uscire soltanto a patto di accettare il confronto con i propri dubbi e le proprie esistenziali incertezze.

fotoAmletoSinisi

Amleto, regia e adattamento di Valter Malosti, visto al teatro Gobetti di Torino il 5 marzo 2013

Amleto, di e con Michele Sinisi, visto al teatro Astra di Torino il 20 marzo 2013